OMELIA XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Anno A    LETTURE: Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

 

Continua il tema introdotto domenica scorsa: il rifiuto di Israele apre le porte ad un nuovo popolo: la Chiesa. Nella parabola della vigna, la drammaticità di questo evento. “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”.

 

Ma prima di “guardare” a questo  giudizio tremendo, diventa consolante e richiamante rileggere sia Isaia che il Vangelo, per coglierne tutta la tenerezza con cui Dio ci “coltiva”, e le ripetute possibilità che vengono offerte per comprendere  l’Amore di cui siamo i primi destinatari.  Un Amore che ha il suo culmine nel dono del Figlio:   “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.  Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per                mezzo di lui.”    (Gv, 3, 16_1 )

Proprio perché l’amore è grande, grande deve essere  l’attenzione e la tensione alla risposta.

Già domenica scorsa sottolineavamo che “nessuno di noi cristiani si senta al di fuori di questo tremendo e insondabile mistero perché la vicenda del popolo eletto si può ripetere nella storia e nella coscienza di ciascuno di noi, in quanto l’elezione da parte di Dio esige sempre una fedele risposta personale.” (vedi sito Maran ata).

Certo noi abbiamo la promessa che il «nuovo popolo» non sarà riprovato e che le potenze del male non prevarranno contro la Chiesa, ma è sempre impressionante pensare come parecchie delle fiorentissime comunità cristiane dei primi secoli (le Chiese di Africa e dell’Asia Minore) sono state cancellate dalla faccia della terra e di esse non rimane che il nome ed il ricordo. Che cosa sarà delle comunità cristiane dell’Occidente fra qualche secolo? Saranno Chiese fiorenti, comunità fervorose e vivaci, o la fiaccola della fede e dell’elezione passerà nelle mani delle nuove Chiese africane, asiatiche o dell’America Latina?  Si parlerà delle Chiese delle nostre attuali città come noi ora parliamo della Chiesa di Pergamo, di Filadelfia o di Ippona? Cioè come di Chiese del passato, il cui ricordo sopravvive solo nella memoria e nei monumenti?
Il processo di secolarizzazione e di secolarismo, che in molti casi ha già ridotto la Chiesa in stato di diaspora e di presenza poco significativa, cancellerà dalle nostre regioni ogni vestigio di tradizione e di cultura cristiana, o sarà l’occasione per la riscoperta di un nuovo modo di essere cristiani e di vivere il Vangelo?  (vedi sito Maran ata).

 

La sfida è posta! Certo, sarà fondamentale leggere i segni con cui Dio ci sta educando, avere il coraggio di volgere lo sguardo là dove in mezzo a tanto tradimento c’è l’inizio di una luce nuova che da la certezza di un nuovo albore, dentro cui varrà la pena coinvolgersi.

Potremo dire ancora con Isaia: “18Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! 19Ecco, faccio una cosa nuova:  proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?  Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa.  21Il popolo che io ho plasmato per me  celebrerà le mie lodi.” (Isaia 43, 18-21)

 

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