IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Anno C

LETTURE: Ger 1,4-5.17-19; Sal 70; 1 Cor 12,31-13,3; Lc 4,21-30

 

C’è la meraviglia che nasce dallo stupore per un dono ricevuto, C’è al contrario una meraviglia per qualcosa che accade e il nostro pre concetto gli impedisce di riconoscerlo come un fatto reale.  Quello che accade nella sinagoga di Nazareth è di questa seconda tipologia.

 

Che un pecoraio qualsiasi (Prima Lettura) si permetta  di profetare anche davanti ai potenti di Giuda in nome di Dio è una “meraviglia” che genera scandalo. Dio, il totalmente Altro per definizione, si permette di  parlare e di dare indicazioni autorevoli attraverso un uomo “qualsiasi”,  ….possibile?!

 

Lo scandalo di sempre, lo scandalo dell’Incarnazione, lo scandalo e la meraviglia che una Chiesa fatta di uomini pieni di difetti, di cui noi, i soli “giusti” conosciamo bene, e che giustamente pretendiamo di denunciare, ci comunichino il Mistero di Dio: ma…“Che cosa pretendono costoro,  …. loro, peggio di noi….”.

 

Ebbene si, nonostante la nostra “meraviglia” e il nostro scandalo perduri, non ci passa neppure per la mente che forse una ragione possa sussistere.

Il pre concetto è sempre lì, alla base di ogni nostra considerazione, persino nel “giudicare Dio” che, secondo noi, sceglierebbe il modo peggiore per accostare l’uomo.

 

C’è invece una scelta di fondo che sussiste fin dalla creazione dell’uomo. La libertà. Ma l’uomo per essere libero deve poter fare un lavoro con se stesso, scegliere ragionevolmente e andare oltre l’apparenza dei segni per scoprirne il messaggio fondamentale e per decidere liberamente al fine, se accettare o meno. Se il segno fosse semplicemente “evidenza” ci costringerebbe ad accettare e la libertà ne avrebbe danno.

 

Con il Battesimo siamo diventati un popolo profetico, Dio ci ha scelto per continuare l’opera di Cristo e  per esserne Suo Sacramento, così come siamo con i nostri difetti, con i nostri peccati e con le nostre virtù. Certo. ognuno è chiamato a crescere in questa vocazione ricevuta, ma  questo cammino, lo testimonia non con la perfezione, (grazia, dono) ma con l’innamoramento. Del resto noi siamo colpiti nella vita non da coloro che prima di tutto sono bravi, ma da chi essendo innamorati. Qui, innamorati di Cristo, disponibili ad un cammino che li renderà, a Dio piacendo, anche bravi, se Egli lo riterrà opportuno.

 

San Paolo oggi parla di “carità”, essa non è certamente riconducibile al fare per gli altri: “E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.”. La Carità di cui parla Paolo è quella natura di Dio che ci rende come Lui, pazienti, misericordiosi, capaci di vedere in chi ci sta davanti, chiunque esso sia, un dono. Un dono che ci comunica Lui.  Certo, non è sempre facile riconoscere che costui sia un dono, ma è proprio qui il lavoro di cui parlavo. E’ qui, in quello sguardo semplice e appassionato capace di uscire dai propri schemi, che alla fine si potrà affermare che Tutto è grazia, e, liberamente aderirvi.

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