OMELIA XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Anno B
 
LETTURE: Ger 23,1-6; Sal 22; Ef 2,13-18; Mc 6,30-34

I dodici tornano dalla Missione, sono stanchi, Gesù comprende il loro stato e li invita: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’».

Vogliamo anche noi fermarci sulle due parole che emergono dalle letture odierne: “Stanchi” e “riposare”.

 

In che consiste la stanchezza?  Se riflettiamo bene più che una dimensione fisica è il frutto di una posizione spirituale, le tante cose che ci prendono e chiedono di essere svolte, spesso sono vissute senza chiarezza di ragioni, senza quelle caratteristiche proprie che sono di ogni gesto umano. Emergono allora le domande: “perché le faccio …, Cosa centrano con il mio desiderio di felicità .., come costruiscono l’umano che c’è in me e attorno a me …? ”

“Pecore senza pastore …” Uomini che vagano senza sapere né dove vanno, né perché.

Uomini divisi …. C’è nella persona un muro di separazione tra quello che si fa e il motivo vero per cui ogni cosa dovrebbe compiersi: è lontana la consapevolezza che ciò che compio è un  passo verso quella felicità che il cuore desidera.

Quante volte ci troviamo schiacciati dal peso delle cose che viviamo … siamo stanchi ….   Al contrario quanta felicità, arrivati alla sera dopo una giornata intensa, siamo grati con noi stessi e in pace con le cose vissute, perché abbiamo sperimentato che quanto fatto ha costruito noi e il mondo che ci sta attorno.

 

In che consiste il riposo? “Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.”

Cogliamo subito dall’atteggiamento di Gesù che non si riposa quando si “evade” , ma quando si ha compassione del proprio “io” e si cercano le motivazioni vere e ultime del nostro agire (cioè quelle che resteranno sempre), quelle per cui vale la pena, faticare, soffrire, spendersi per sé e per i fratelli.

Una madre, un padre non è che si alzano volentieri dieci volte per notte per accudire il proprio figlio, ma il motivo è così grande e palese che non ci si girano dall’altra parte del letto per non ascoltare, ma sono pronti ad ogni sussulto perché si ha cara quella vita e si desidera che diventi grande, costi quello che costi. Una fatica fisica, ristorata dal vero significato per cui la si compie, ripagata da ogni passo compiuto dal figlio, non schiaccia, ma esalta la propria maternità e paternità.

 

Per il Cristiano il vero ri-poso è quello descritto dalla Genesi, quando Dio nel settimo giorno riposò. Guardare stupiti e grati per il lavoro compiuto, scoprirlo “buono”, “molto buono”. Buono perché capace di far crescere il tutto, punto di ripartenza per un cammino sempre più profondo e significativo che appaga il cuore e lo prepara per il riposo eterno. Là per sempre saremo grati all’Amore che si è disteso lungo tutta la nostra vita e che si è manifestato nei singoli avvenimenti, non subiti, ma riscoperti sempre come segni della Sua presenza che ci ha voluti e accompagnati alla pienezza..

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