Anno A
LETTURE: Sof 2,3; 3,12-13; Sal 145; 1 Cor 1,26-31; Mt 5,1-12
In profondità con Gesù, siamo chiamati a un compito che prima di tutto è testimonianza: ci si innamora di una vita, non di un discorso. Nelle Beatitudini troviamo descritta la “vita” che testimonia il Volto del Padre, vissuta da Cristo e dai discepoli.
Se approfondiamo le nove Beatitudini di Matteo (Mt 5,1-12), ci accorgeremmo subito che, dopo aver proclamato la prima: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3), le altre otto sviluppano e chiariscono il significato di questa affermazione. La parola “poveri” qui, non è intesa principalmente come condizione socio-economica. La povertà materiale, infatti, è spesso una dimensione negativa, soprattutto per chi la vive senza averla scelta. Tuttavia, in questo contesto, si parla di una disposizione interiore che informa il proprio agire in qualunque stato si trovi l’individuo.
«Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero», proclama Sofonia (Sof 2,3; 3,12-13). Già nell’Antico Testamento i profeti si opponevano alla mentalità dominante, che associava ricchezza e fecondità con la benedizione di Dio. Ora ci si deve convincere che altri sono i valori: confidare nel nome del Signore, non commettere ingiustizie, vivere nella sincerità, lavorare con dignità… tutto ciò diventa possibile quando il cuore riconosce e fa tesoro dell’Alleanza che Dio ha stabilito con il suo popolo.
San Paolo ci ricorda: «Chi ha pensato di essere qualcosa, non essendo nulla, inganna sé stesso; ma chi si abbassa, sarà innalzato» (1 Cor 1,26-31). Chi sceglie Dio per portare avanti il suo progetto d’amore? Chi si riconosce debole e fragile, chi nel mondo sembra avere poco valore? È proprio in questa precarietà che si manifesta la vera forza di chi si affida, non nella propria bravura, ma nel proprio affidarsi a Dio.
Essere poveri nello Spirito, in una società consumistica e materialistica, è un’impresa ardua. Per il mondo, infatti, chi è proclamato “Beato”? A chi si rivolge il giudizio sulla vita? Spesso si ricorre ai “sapienti” e agli “intelligenti”, lontani da Dio, che si costruiscono fama sui mezzi di comunicazione e proclamano ogni giorno che la sapienza che viene dall’Alto non può avere cittadinanza in questo mondo.
La ricchezza del mondo, non è di per sé un male: «Tutto è grazia» (1 Tim 4,4). Tuttavia, può diventare un problema quando le speranze si affidano ad essa, ritenendola il bene supremo. Quando la consideriamo come il fine della vita, la sostituiamo a Dio e, per ottenerla, siamo disposti a tutto, anche a calpestare il fratello e a odiare.
Nella nostra società e nella chiesa, ci sono persone che hanno scelto la povertà come ideale di vita. Paradossalmente, coloro che la incarnano veramente sono spesso coloro che attraggono inconsciamente gli altri. Sarebbe interessante chiedersi perché! Non guardiamo con stupore figure come San Francesco d’Assisi o, ai nostri tempi, Fratel Biagio Conte di Palermo, morto il 10 gennaio di qualche anno fa. Sono persone che, arrivando a un totale abbandono a Dio, sono riuscite a generare un popolo, riscattandolo dai mali provocati dall’attaccamento ai beni materiali.Esistono anche i “poveri economici”: non vogliamo qui esaltare l’indigenza, spesso frutto del peccato del ricco — non necessariamente ricco in senso economico, ma ricco di egoismo, di desiderio di possesso e di autarchia. Le disuguaglianze sociali nascono da un uso distorto dei beni ricevuti. Il povero, anche se presente in mezzo a noi, entra nel piano di Dio come provocazione alla nostra libertà, come invito a toccare con mano le conseguenze di aver capovolto le Beatitudini, e come stimolo a sanare, con consapevolezza e responsabilità, il divario creato dal nostro peccato.