OMELIA XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

FESTA LITURGICA DELL’ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

LETTURE: Nm 21, 4b-9; Sal 77; Fil 2, 6- 11; Gv 3, 13-17

La Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, che la Chiesa cattolica romana celebra il 14 Settembre, ha origine in Terra Santa nei primi secoli dopo Cristo. Gli Orientali (cristiani ortodossi, copti, etiopi) celebrano la Croce con una solennità paragonabile a quella della Pasqua. Costantino, primo imperatore romano convertitosi al Cristianesimo, aveva fatto costruire a Gerusalemme una basilica sul Golgota e un’altra sul Sepolcro di Cristo Risorto. La dedicazione di queste basiliche avvenne il 13 settembre del 335. Il giorno seguente si richiamava il popolo al significato profondo delle due chiese, mostrando ciò che restava del legno della Croce del Salvatore. Da quest’uso ebbe origine la celebrazione del 14 settembre. A questo anniversario si aggiunse poi il ricordo della vittoria di Eraclio sui Persiani (628), ai quali l’imperatore strappò le reliquie della Croce, che furono solennemente riportate a Gerusalemme. Da allora la Chiesa celebra in questo giorno il trionfo della Croce che è segno e strumento della nostra salvezza


Oggi celebriamo una festa che a prima vista potrebbe sembrare un controsenso: l’Esaltazione della Croce. La croce, un tempo simbolo di tortura, di sconfitta e di morte, viene innalzata, onorata e glorificata. Com’è possibile?

Le letture che abbiamo appena ascoltato ci aiutano a sciogliere questo enigma. Il racconto del libro dei Numeri ci riporta nel deserto, dove il popolo di Israele, stanco e scoraggiato, mormora contro Dio e contro Mosè. Le conseguenze sono terribili: arrivano serpenti velenosi che mordono e uccidono. Ma c’è un gesto di salvezza inaspettato: Mosè innalza un serpente di bronzo su un’asta. Chiunque, pur avvelenato e morente, volgeva lo sguardo verso quel serpente, veniva salvato. Non era la statua in sé a guarire, ma la fede di chi guardava, unita all’obbedienza al comando di Dio. Questo episodio è una figura, un’anticipazione di ciò che accadrà. E qui entra in gioco la parola di Gesù nel Vangelo di Giovanni: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo”. Gesù si paragona a quel serpente di bronzo. Anche lui viene innalzato, non su un’asta, ma sul legno della croce. Ma il fine è lo stesso: offrire la salvezza. Se il popolo di Israele si salvava guardando un oggetto di bronzo, noi siamo chiamati a guardare la croce di Cristo con fede e fiducia.

San Paolo, nella lettera ai Filippesi, ci svela il cuore di questo mistero. Cristo, pur essendo nella condizione divina, “svuotò se stesso”, si fece servo, si umiliò fino a morire, e morire sulla croce. È un movimento di discesa profonda, di abbassamento radicale. Ma proprio da questa umiliazione estrema, da questo amore che si dona senza riserve, nasce la sua gloria. La croce non è la fine, ma il punto di svolta. È il passaggio dalla morte alla vita, dalla sconfitta alla risurrezione.

La croce, dunque, non è un gioiello da esporre, né un talismano. È il trono da cui regna il nostro Dio, un Dio che si fa piccolo, si fa povero e si fa debole per raggiungerci. È il segno di un amore che non si tira indietro, che non calcola i costi, che si spinge fino al dono totale di sé.

Elevare la croce oggi significa due cose. La prima è riconoscere che la nostra salvezza non dipende dalle nostre forze o dalle nostre capacità, ma dall’amore incondizionato di Dio manifestato in Cristo. Non siamo noi che salviamo noi stessi, ma è Lui che ci salva. La seconda è accogliere la croce nella nostra vita. Non si tratta di cercare la sofferenza, ma di portare con dignità e speranza le nostre fatiche, i nostri dolori, le nostre croci quotidiane, unendole alla croce di Cristo.                      Innalzare la croce, infine, significa anche renderla visibile, testimoniare con la nostra vita questo amore che salva, mostrando che la vera forza non sta nel potere o nella superbia, ma nel servizio umile, nell’accoglienza del povero, nel perdono, nella carità. Guardiamo oggi a quella croce non come a un peso, ma come a una speranza. In essa è racchiuso tutto l’amore di Dio per noi. A quel legno non c’è più morte, ma vita. Non c’è più disperazione, ma redenzione. Non c’è più peccato, ma perdono.

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